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La psiche curata dalle donne

Tra vent'anni la psicoterapia sarà appannaggio esclusivamente femminile. Lo dicono i numeri che già oggi registrano il 94% di psicologhe sotto i 29 anni. Una svolta dovuta alla capacità di gestire meglio la vita interiore. Ma anche alla scarsa redditività della professione.


     Si tratta di una tendenza mondiale e non solo italiana, un vero e proprio terremoto confermato dai colleghi maschi.
E' un tema, quello del possibile disagio nei confronti di chi sta di fronte a noi e dovrebbe curare la nostra anima, o almeno i nostri sintomi, che secondo alcuni andrebbe affrontato fin dalla prima seduta. "Io invito sempre i pazienti a farlo, e trovo giusto che loro se lo chiedano - dice Silvana Quadrino, psicoterapeuta e fondatrice dell'Istituto Change - Possono esserci elementi nella storia personale e nei problemi per i quali ciascuno ricorre ad una terapia che suggeriscono una soluzione piuttosto che un'altra. Ed è giusto parlarne, anche tra colleghi". All'Ordine nazionale degli Psicologi, dove ogni anno si registra l'ondata di nuove iscritte, l'analisi è più prosaica: "Le psicoterapeute aumentano così come le donne medico o le infermiere, si tratta di un lavoro di cura che è più facilmente scelto dalle donne - dice il consigliere Raffaele Felaco - Si tratta, anche, di un lavoro dove si guadagna poco, specialmente in tempi di crisi come questi, e a dimostrarlo c'è il crollo dei contributi che ognuno versa alla nostra cassa previdenziale. E' normale che i maschi siano attratti da maggiori prospettive di guadagno".

     Fino a quando la psicoterapia era, soprattutto, l'analisi classica, freudiana e junghiana in primo luogo, lunga e costosa, basata su sedute frequenti e prolungate per anni, in effetti i terapeuti maschi erano numerosi e autorevoli. Ora di quel dotto esercito è rimasta una qualificata retroguardia, mentre l'onda rosa invade il mondo delle terapie cognitive e comportamentali, di chi vuole curare il sintomo piuttosto che l'anima, di chi non cerca di frugare a mani nude nell'inconscio altrui ma preferisce piuttosto offrire un aiuto spiccio e concreto, e proprio per questo criticatissimo dai "veri" analisti. Sulla carta, dal 1989, tuti sono uguali: laureati in medicina e psicologia possono frequentare per 4 anni una delle scuole riconosciute di psicoterapia, poi un tirocinio e un esame, e infine inscriversi nei due elenchi tenuti dai rispettivi Ordini. Anche un nome famoso della psicoanalisi italiana, Luigi Zoja, riconosce alla teoria dei bassi guadagni qualche dignità: "Proprio come in medicina, a mano a mano che la piramide allarga la propria base entra un numero maggiore di donne, e in prospettiva la professione potrebbe diventare femminile tanto quanto lo è stato l'insegnamento. Il mondo italiano risente del proprio provincialismo e maschilismo, ma anche negli Stati Uniti da tempo le donne sono in maggioranza nel nostro lavoro. La mentalità puritana e rigorosa degli americani ha individuato così il rimedio agli esempi storici di abuso del terapeuta sulla paziente. In verità il genere sessuale del terapeuta dovrebbe essere indifferente rispetto alla riuscita del percorso, così come i possibili abusi possono avvenire in tutte le direzioni. Noi pensiamo che chi fa questo lavoro dovrebbe avere un sufficiente equilibrio e una preparazione abbastanza solida da evitare qualunque disagio al paziente".
     "Noi psicoterapeuti dovremmo essere come gli angeli, senza sesso - ironizza Vera Slepoj, una delle più note e autorevoli psicoterapeute italiane - In generale dunque bisognerebbe affermare che il sesso del terapeuta non ha alcuna importanza. Ma naturalmente questo può avvenire soltanto se il lavoro su se stessi è stato fatto fino in fondo e se si è capaci di escludere qualunque forma seduttiva, dal maschio che cura verso la paziente e viceversa. Le celebri storie del passato, da Freud in giù, non possono più influenzare la realtà di oggi”.
     Slepoj, però, spinge il giudizio più in là: “Centinaia di giovani donne studiano psicologia e diventano terapeute perché sono interessate alla propria conflittualità, al desiderio di curare se stessi o gli altri. E’ importante distinguere tra questi due bisogno, e non lasciarsi tentare dall’onnipotenza di chi cura, un’inclinazione tipicamente femminile.” La psicoterapeuta che siede di fronte al paziente, dunque, non dev’essere né mamma né fidanzata, né sorella né amante, o – almeno – non deve esserlo di più di quanto non facciano i colleghi maschi alle prese con fantasie e fantasmi delle pazienti femmine. Per curare un uomo bisogna conoscerlo bene, studiarne i limiti e le timidezze, dice Vera Slepoj. Altrimenti, è facile trovarsi davanti a un muro di silenzio, lo stesso che spinge moltissimi maschi a non iniziare neppure una terapia: “Imprigionato nella dinamica del potere, l’uomo ha immiserito anche il proprio corpo, rinchiudendolo in una separatezza ce ha atrofizzato le sue capacità di relazione!, spiega Stefano Ciccone, biologo.
Ma è davvero così difficile trovare un brav’uomo, e soprattutto un bravo psicologo, come ha titolato il New York Times alle prese con le lamentele dei propri lettori che dopo la difficile scelta di iniziare un percorso di sostegno psicologico o di analisi si ritrovavano circondati da un mondo di sole donne? No, assicura il presidente dell’Ordine degli Psicologi italiani, Luigi Palma: “Il vero problema è un altro, cioè la mancanza di servizi pubblici in grado di rispondere alla domanda crescente di cure. E’ vero che le donne crescono molto nella nostra categoria, ma non al punto da costituire un problema, anzi, sono una risorsa. Il fatto è che gli italiani non dispongono delle risorse economiche, e spesso anche delle conoscenze necessarie, per rivolgersi a terapie qualificate”.
     Non servono più maschi, insomma, ma soltanto più professionisti, di qualunque sesso e pagati dal servizio sanitario pubblico, per curare nevrosi e paure di 60 milioni di italiani.

 

(tratto da: La Repubblica del 31 Maggio 2011)


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